Affluenza vs consenso, il dilemma elettorale che unisce Putin e opposizione.

Manca meno di un mese al 18 marzo, giorno in cui si voterà per eleggere il Presidente della Federazione Russa. Gli esperti, russi e internazionali, che stanno seguendo la campagna, sanno già che si tratterà di un’elezione senza sorprese: la vittoria di Putin con percentuali stellari, come nelle elezioni del 2000, 2004 e 2012 è data per scontata. Eppure, questa volta sembra esserci una vena di inquietudine nel Presidente in carica, che si traduce in uno stile di campagna più attivo rispetto alle precedenti elezioni ed in una repressione più dura di quelli che sono considerati i candidati di opposizione “vera”, in primo luogo Aleksej Navalny, che da quando ha annunciato l’intenzione di candidarsi nel dicembre 2016 ha già subito quattro arresti, l’ultimo dei quali a fine gennaio.

In effetti, in queste elezioni c’è un elemento nuovo che preoccupa Putin, ovvero i dati sull’affluenza elettorale. Questa preoccupazione ha cominciato ad emergere in occasione delle elezioni parlamentari dell’autunno 2016, in cui sull’affluenza è stato registrato il record negativo nella storia della Federazione Russa, con soltanto il 48% di cittadini che si sono presentati alle urne. In alcune regioni addirittura aveva votato meno di un terzo degli aventi diritto. Il trend negativo è continuato nelle elezioni municipali e regionali di settembre 2017, che hanno visto il trionfo di Edinaja Rossija in tutti i governatorati al voto ma anche un’affluenza incredibilmente bassa, che si aggirava intorno al 14/15%.

Ora, l’affluenza in sé non dovrebbe creare dei particolari mal di testa all’amministrazione presidenziale, in un contesto in cui le percentuali di consenso personale di Vladimir Putin continuano a crescere. Il problema, però, potrebbe porsi non tanto a livello interno quanto a livello esterno: se meno della metà dei cittadini si reca alle urne, diventa sempre più difficile per la Russia presentarsi come una democrazia “regolare” sullo scenario internazionale, e, di conseguenza, normalizzare dei rapporti con l’Occidente resi sempre più complessi dall’evolversi della situazione ucraina, dalla rinnovata presenza russa nella regione mediorientale e dal dipanarsi del “Russia Gate” intorno alle elezioni presidenziali americane.

Per questo motivo, il dilemma di Vladimir Putin alla vigilia delle elezioni si presenta in questo modo: percentuali di consenso contro percentuali di affluenza. In una situazione politica come quella russa odierna, i due dati si presentano per forza di cose in contrasto, dal momento che alzare la partecipazione al voto significherebbe portare alle urne quella parte di elettorato che vota per candidati di opposizione. E’ probabilmente per questo motivo che in questa campagna assistiamo ad un proliferare di quelli che vengono considerati candidati “spoiler”, ovvero sponsorizzati segretamente dal Cremlino.

Il fenomeno degli “spoiler” ha un precedente nella candidatura, nel 2012, dell’imprenditore Mikhail Prokhorov, allora considerato quasi unanimemente dai commentatori come una marionetta di Putin. Nella campagna attuale, lo “spoiler” con più visibilità è Ksenya Sobchak, se vogliamo credere alle voci che vogliono la sua candidatura orchestrata dal Cremlino, sebbene lei continui a negarlo con decisione. Oltre a Sobchak, ci sono diversi altri candidati che creano delle perplessità in questo senso, come l’imprenditore Boris Titov o il rinomato giurista Sergey Baburin. Anche il fatto che i Comunisti di Russia abbiano deciso di presentare una candidatura distinta da quella del Partito Comunista è stata da alcuni interpretata come un ampliamento del ventaglio dei candidati volto ad aumentare il numero di votanti.

I dati sull’affluenza non rappresentano un problema soltanto per Putin, ma anche, in maniera speculare, per l’opposizione, in particolare per i sostenitori di Naval’ny, che dopo l’ennesimo arresto del loro leader hanno deciso di lanciare uno “sciopero del voto” per delegittimare le elezioni. All’interno del movimento, infatti, c’è chi si oppone fortemente al boicottaggio, perché non presentarsi alle urne significherebbe regalare percentuali più alte al vincitore.

Da entrambi i punti di vista, quello di Putin e quello dell’opposizione, la scelta fra l’incrementare (o il diminuire) il consenso personale dell’attuale Presidente e il far alzare (o abbassare) la percentuale di affluenza implica la scelta di quale livello della propria politica privilegiare. Per Putin, si tratta di scegliere se stabilizzare il proprio consenso a livello interno oppure mantenere una certa presentabilità sul piano internazionale; per l’opposizione, di scegliere fra un boicottaggio elettorale che sicuramente aumenterà la visibilità mediatica del movimento, soprattutto fuori dalla Russia, e il riuscire a far guadagnare qualche punto in più ad un candidato che, seppur “spoiler”, è pur sempre critico delle politiche putiniane. Sarà comportamento dei vari attori politici nelle ultime settimane di campagna a farci capire dove è caduta la scelta.

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