Completata la registrazione ufficiale dei candidati alla Presidenza della Federazione Russa: quali novità?

Nel corso della settimana passata, il Comitato Elettorale Centrale ha portato a termine le procedure di registrazione dei candidati alle elezioni presidenziali. In totale, sono otto i nomi che compaiono sulla scheda: Sergej Baburin, Pavel Grudinin, Vladimir Zhirinovskij, Vladimir Putin, Ksenya Sobchak, Maksim Surajkin, Boris Titov e Grigorij Javlinskyj.

Di Zhirinovskij, Sobchak, Titov e Javlinskij abbiamo già parlato qui. Su Putin è già stato detto tutto l’umanamente possibile. Vediamo ora quali sono stati i principali cambiamenti rispetto all’ultimo aggiornamento che abbiamo fornito su candidati alle Presidenziali russe.

Questo è l’aspetto della scheda che gli elettori russi si troveranno davanti il 18 marzo: a sinistra i nomi dei candidati, poi una loro breve biografia. Si può notare che la descrizione di Putin è la più sintetica di tutte, dice solamente “Nato nel 1952. Residente a Mosca. Presidente della Federazione Russa. Candidato indipendente”.

La sorpresa più grande è stata probabilmente la sostituzione del candidato del Partito Comunista (KPRF), che inizialmente doveva essere Gennadij Zjuganov (del quale abbiamo parlato in precedenza qui) con Pavel Grudinin. Classe 1960, impiegato e poi direttore del Sovchoz Imeni Lenina, una delle aziende agricole di Stato di epoca sovietica, Grudinin era rimasto fino ad ora un outsider nel contesto del Partito Comunista, soprattutto per via del suo passato attivismo in Edinstvo, l’antesignano di Edinaja Rossija (il partito di Putin, ndr), e dei suoi legami personali con Vladimir Zhirinovskij, leader del Partito Liberal-Democratico Russo (LDPR). Secondo fonti interne al partito, “All’inizio tutti sostenevano Zjuganov, non è un segreto per nessuno”. A volere un cambiamento pare sia stato Zjuganov stesso, mosso dalla convinzione che il Partito Comunista avesse bisogno di trovare un “volto nuovo”, e che gli elettori si fossero ormai disaffezionati ad un gruppo dirigenziale che era cambiato a stento dagli anni 90. Zjuganov è riuscito a convincere anche gli altri membri del suo partito della necessità del cambiamento, e durante il congresso Grudinin ha ottenuto una maggioranza schiacciante.

Pavel Grudinin e Gennadyj Zjuganov depositano dei fiori presso il Mausoleo di Lenin sulla Piazza Rossa.

Tuttavia, la candidatura di Grudinin non manca di suscitare delle perplessità nello schieramento di estrema sinistra. Il motivo principale sarebbe il suo essere un uomo d’affari. Il problema non è soltanto il consistente patrimonio, che difficilmente si concilia con l’ideologia comunista, ma anche il fatto che la figura del biznesmen (letteralmente, “businessman”) in Russia crea di per sé delle diffidenze. Come ha dichiarato un esponente della LDPR, “Io non gli credo per una sola, semplice ragione. Mi sembra che tutti questi grandi uomini d’affari che ci sono nel nostro paese, quando cominciano ad annoiarsi, comincino a desiderare che si parli e si scriva di loro – e poi fa un bell’effetto poter scrivere nella propria biografia ‘candidato alle elezioni presidenziali’. Io penso che un oligarca candidato dal Partito Comunista sia quantomeno un controsenso”.

Oltre all’opposizione all’interno del proprio schieramento politico, Grudinin sta affrontando quella che appare come una vera e propria campagna di discriminazione da parte dei media mainstream, che lo accusano di mancanza di trasparenza su alcuni aspetti economici: la questione della proprietà di una villa in Spagna, che dovrebbe appartenere o allo stesso Grudinin oppure al figlio; la presenza di conti correnti aperti in Austria e in Svizzera; il processo di vendita di una porzione di terra facente parte del territorio del Sovchoz Imeni Lenina. Secondo lo staff della campagna di Grudinin, il motivo di questo accanimento sarebbe un sondaggio comparso nel programma “Vesti” di Vladimir Solov’ev, dal quale risultava che il 50% dei russi era pronto a votare per Putin, il 5% per Zhirinovsky e ben il 45% per Grudinin. Questi dati avrebbero causato preoccupazione in “una delle torri del Cremlino”, e i rappresentanti del Partito Comunista concordano nell’affermare che la copertura negativa di Grudinin da parte dei media sia la conseguenza dell’intervento dell’amministrazione presidenziale.

Dallo schieramento di estrema sinistra è emersa anche un’altra candidatura, quella di Maksim Surajkin, candidato dei “Comunisti di Russia”, un partito fondato nel 2009 in diretta opposizione al KPRF. In particolare, i “Comunisti di Russia” criticano la figura di Zjuganov, sostenendo che sotto la sua leadership l’ideologia comunista non riuscirà mai a riprendere la posizione dominante che ricopriva durante l’Unione Sovietica. Dal canto suo, il KPRF accusa i “Comunisti di Russia” di essersi illegittimamente appropriati dei principi ideologici che stanno alla base della propria organizzazione partitica, e nel 2015 hanno addirittura intentato una causa presso il tribunale di Mosca per far sì che i “Comunisti di Russia” smettessero di utilizzare il proprio nome e simbolo di partito, ritenuti troppo simili a quelli del KPRF.

Maksim Surajkin

Di Surajkin in quanto personalità a sé stante non si conosce molto. Significativamente, non possiede una pagina di Wikipedia dedicata e, a differenza degli altri candidati, non ha nemmeno un account Twitter. Fra le poche informazioni reperibili su Surajkin, ci sono quelle riportate sul sito internet di Levyj Front (“Fronte di Sinistra”), un fronte politico che unisce vari partiti e movimenti russi e di altri paesi dell’ex Unione Sovietica, che lo critica per via del suo patrimonio. In particolare, secondo quanto riportato da Levyj Front, Surajkin sarebbe il proprietario di 12 compagnie, nonché di circa il 15% delle azioni della banca Neftbank. Come commentano ironicamente sul sito, “Che un ‘autentico comunista’ possieda dodici compagnie è ancora in qualche modo spiegabile, ma un comunista banchiere, questo è del tutto fuori dal normale”. Nondimeno, Surajkin mette sicuramente molto impegno nel rivestire il ruolo di “autentico comunista”: praticamente nello stesso momento in cui i documenti per la candidatura venivano trasmessi al Comitato Elettorale Centrale, Surajkin stava partecipando ad un’azione di protesta organizzata dal suo partito contro lo spostamento di un monumento di Lenin.

Un terzo candidato comparso all’ultimo momento è Sergey Baburin, sostenuto dall’”Unione di tutti i popoli della Russia” (ROS), partito di ispirazione populista e nazionalista. Giurista di formazione, Baburin è abbastanza riconosciuto come figura di intellettuale, in quanto membro dell’istituto di ricerca politica e sociale presso l’Accademia russa delle Scienze, autore di numerosi libri, grande oratore. Fu molto attivo come politico negli anni 90, come partecipante al fronte di opposizione alle politiche di Boris El’cin. In particolare, fu uno dei pochi deputati del Soviet Supremo che nel 1990 votarono contro la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Negli ultimi dieci anni, per sua stessa ammissione, si è praticamente ritirato dalla vita politica. Dunque, perché ritornare proprio ora? Dalle sue dichiarazioni, più che una candidatura a favore di qualcosa la sua sembra una candidatura contro qualcuno: contro l’attuale amministrazione presidenziale, “fantastica in politica estera ma carente in quella interna”; contro la Banca Centrale russa, che “trasforma il popolo russo in schiavi”; contro “certi altri candidati che cercano di imitare un sistema multipartitico, coi quali non vale nemmeno la pena di perdere tempo”, e in particolare contro Ksenia Sobchak, responsabile di “aver trasformato la vita politica di questo Paese in uno show televisivo; prima aveva Dom-2 (corrispondente russo del Grande Fratello, ndr), ora Dom-3, solo che questa volta è la Casa Bianca”[1]. Dunque, a favore di che cosa si posiziona Baburin? A favore di un aumento della spesa pubblica per la sanità e per l’istruzione, e soprattutto per la creazione di nuovi posti di lavoro (“Perché i soldi ci sono, a dispetto di quello che dice il governo”); di una ristrutturazione della società russa sulla base dei valori tradizionali, in particolare di quelli della Chiesa ortodossa; della valorizzazione del concetto di “russo”, non solo nel senso di etnia ma anche di civiltà, di lingua e di cultura.

Sergej Baburin

A parte la comparsa di questi tre nuovi candidati, un’importante novità è il ritiro dalla competizione elettorale del candidato storico di Spravedlivaja Rossija Sergej Mironov, il quale a sorpresa ha deciso insieme al suo partito di non candidarsi e di appoggiare ufficialmente Vladimir Putin. Mironov ha motivato così la decisione del partito: “Pochi mettono in dubbio la vittoria di Putin a marzo. Vincerà lui, punto. Se conosciamo già in anticipo il risultato, perché dobbiamo spingere il nostro candidato in quella che sarà una campagna da outsider, con percentuali irrisorie? Siamo un partito socialista, ma negli ultimi sei mesi le tre principali decisioni del Presidente sono state proprio i fondamenti del programma del nostro partito. Putin ci ascolta, e noi abbiamo notato dei cambiamenti”. Il sostegno a Putin da parte di Spravedlivaja Rossija è stato reso possibile dal fatto che l’attuale presidente abbia deciso di correre come indipendente, e non come candidato di Edinaja Rossija, rispetto al quale, ha tenuto a ricordare Mironov, “siamo stati, siamo e saremo sempre in opposizione”.

Sergej Mironov

Infine, non è affatto una sorpresa la mancanza dalla scheda elettorale del nome di Aleksej Navalny, al quale il Comitato Elettorale Centrale ha ufficialmente negato la registrazione della candidatura il 25 dicembre scorso a causa della sentenza pendente sul caso “Kirovles”. Per di più, domenica 28 gennaio Navalny è stato arrestato per la terza volta dall’inizio della sua campagna presidenziale, anche se è stato rilasciato dopo poche ore.

 

[1] Il gioco di parole risulta intraducibile in italiano: Dom in russo significa “casa”, e la Casa Bianca in Russia, differentemente dagli Stati Uniti, è la sede del governo.

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